Cultura

Le cave di granito

La qualità del granito, particolarmente a La Maddalena in località Cava Francese e a Santo Stefano, ha dato vita ad una importante attività che ha portato ad una altissima professionalità con la produzione dei manufatti che sono stati esportati in tutto il mondo.

Le cave di più antica utilizzazione, appaiono recuperate dal punto di vista ambientale sia dallo sviluppo delle croste licheniche, sia dallo sviluppo della vegetazione naturale, mentre le cave più recenti, anche se dismesse, hanno un maggiore impatto nel paesaggio che potrebbe essere ben recuperato anche in considerazione del fatto che queste aree ricadono nel Parco Geominerario della Sardegna, recentemente riconosciuto dall'Unesco.

Molte sono le opere realizzate nelle cave maddalenine: 

  • Monumento del Canale di Suez: l'opera, realizzata in cinque anni, fu eretta ad Ismaila nel 1930 per ricordare la difesa degli eserciti franco-inglesi dagli attacchi degli eserciti turchi che volevano impossessarsi del Canale.
  • Busto di Costanzo Ciano: l'opera dello scultore Arturo Dazzi commissionata dal regime fascista per essere eretta all'imboccatura del porto di Livorno non lasciò mai l'arcipelago ed è tutt'ora visibile nella cava di Santo Stefano (1943).

Le fortificazioni

Per oltre due secoli maestose sentinelle dell'arcipelago. Autentici capolavori di architettura militare, elementi inconfondibili del territorio. Lo spazio che le strutture militari occupano nella realtà del nostro territorio non è certamente l'unico, anche se più degli altri nè ha condizionato il senso e il destino.

La posizione così centrale di La Maddalena nel Mediterraneo le ha imposto un destino ineluttabile di obiettivo militare fin dal 1767, quando i sardo-piemontesi decisero di occuparla militarmente e farne una base di appoggio alle navi della Regia Marina Sarda, che potevano così incrociare con maggiore sicurezza nelle acque del Nord Sardegna contro i contrabbandieri, contro i Barbareschi e anche contro la sempre paventata riscossa francese.

Il sistema difensivo investì principalmente l'isola madre e l'isola di Santo Stefano. Sulla prima vennero costruiti: il forte S. Vittorio, soprannominato della "Guardia Vecchia", la batteria Balbiano, la batteria S. Agostino, il forte S. Andrea, il forte S.Teresa, detto anche Sant'Elmo o Tegge, il forte Carlo Felice o Camicia. Sulla seconda la Torre casamattata ed il forte S. Giorgio.



I nuovi armamenti navali provocarono la rapida obsolescenza di queste architetture, che furono ben presto abbandonate e dismesse. La fortificazione passiva, tradizionale, cedette il passo a quella attiva, costituita da artiglierie opportunamente postate e organizzate nei così detti "forti", dislocati in un sistema che permetteva di colpire col tiro efficace delle armi tutto il terreno circostante fino al mare largo, e costituiva un'unica opera, definita "campo trincerato" a distanza di 2-4 km dalla piazza, alla quale veniva riservato un compito difensivo secondario.

Nel 1887 si ritornò, quindi, a pensare a La Maddalena come centro strategico, determinante non più in relazione al solo vicino confine francese ma al ben più vasto scacchiere del Mediterraneo Occidentale.

Vennero costruite batterie di gran potenza ad occupare le posizioni prospicienti il mare, per i tiri radenti, come: l'Opera Nido d'Aquila, l'Opera Punta Tegge, l'approdo di Punta Sardegna, l'Opera Punta Rossa, l'Opera Capo Tre Monti, e le alture circostanti, per permettere i tiri ad arcata: l'Opera Guardia Vecchia, l'Opera Colmi, l'Opera Trinita, l'Opera Punta Villa.

Anche nell'isola di Caprera, sui terreni espropriati agli eredi del Generale Garibaldi, furono costruite delle opere che si fiancheggiavano reciprocamente ed un ridotto, a Stagnali, per l'accasermamento delle milizie mobili di soccorso al litorale: l'Opera Arbuticci o Garibaldi, l'Opera Poggio Rasu inferiore e superiore. Batterie di sbarramento furono costruite anche sulla prospiciente costa sarda per difendere l'accesso alla piazzaforte, per via di terra: l'Opera Monte Altura l'Opera Baraggie o Baragge, l'Opera Capo d'Orso.

Il progresso tecnico nel campo dell'aviazione militare rese tutte queste Opere e la stessa Base estremamente vulnerabili ad un attacco aereo e fu quindi indispensabile ricorrere a impianti costruttivi basati sul più rigoroso mimetismo. Nacquero così, tra la prima e la seconda guerra mondiale, le batterie più periferiche, edificate normalmente in calcestruzzo e ricoperte poi da massi di granito, disposti in modo tale da ricostruire esattamente la tormentata morfologia del nostro rilievo.

Alcune delle fortificazioni di questo tipo sono localizzate nell'Isola di Spargi: Zanotto, Pietrajaccio, Cala Corsara; nell'Isola di Caprera: Candeo, Messa del Cervo, Poggio Baccà, Punta Coda, Isola del Porco; nell'Isola di La Maddalena: Spalmatore, Guardia del Turco, Carlotto, Puntiglione; nell'Isola di S. Stefano: Punta dello Zucchero; sulla costa sarda: Punta Falcone, Monte Talmone e Cappellini.

In definitiva queste opere militari sono di singolare interesse non solo perchè esprimono chiaramente i contenuti dei parametri funzionali ma, soprattutto, per il loro aspetto imponente: le vaste dimensioni, l'inserimento nella natura, la giustapposizione di elementi murari di contenimento e di sostegno, costituiscono altrettanti spunti e fermenti che si rivelano all'esterno, nelle chiusure alla gola, in muratura di granito molto spesso feritoiata, sapientemente, chiaramente e metodicamente modellata.

La logica della difesa ha quindi determinato la morfologia e la distribuzione sul terreno dell'architettura fortificata, obbligando l'architetto, prima, e l'ingegnere militare, poi, a tralasciare tutti gli aspetti generalmente presenti in ogni altra espressione edilizia e ad elaborare strumenti e metodi di sintesi tecnologica, nella consapevolezza che la verifica delle loro intuizioni sarebbe avvenuta in un momento di conflitto e/o di morte.

Archeologia subacquea

La Maddalena è popolata da poco più di 230 anni. Il suo passato sembra un passato di silenzio. C'è conferma, però, che queste isole, collocate in fondo alle Bocche di Bonifacio, furono viste e conosciute fin dall'antichità. Lo testimoniano le ricerche archeologiche e la stessa mitologia.

Ulisse solcò questi mari attratto dalla roccia dell'orso che imponente domina dalla costa l'intero arcipelago, l'eroe dell'odissea descrive, per bocca di Omero, Capo D'Orso e un golfo ben riparato dal vento, racchiuso tra la costa sarda e due isole.

Conosciute e frequentate ab antiquo, dunque, le isole dell'Arcipelago maddalenino sono uno scrigno di memorie e di tesori sommersi come testimoniano i reperti archeologici rinvenuti tra cui spicca la grande nave oneraria romana affondata tra il 120 e il 110 A.C. nelle acque di Spargi (Secca Corsara).

Parte del prezioso carico di anfore e suppellettili salvato dalle razzie si può ammirare nel museo archeologico navale di La Maddalena dedicato all'archeologo Nino Lamboglia.

Un mare ricco anche di storia nei fondali dell'Arcipelago, particolarmente apprezzati dai subacquei di tutto il mondo per la peculiarità della flora e della fauna marina, sono presenti anche numerosi relitti e siti archeologi di pregio che il parco intende valorizzare con la predisposizione di sentieri archeologici subacquei.

Una importante via d'acqua: la nave romana di Spargi è un esempio particolarmente significativo dei reperti archeologici ritrovati nel mondo sommerso del parco, ma anche la preziosa ed emblematica testimonianza del passaggio delle più importanti marinerie del mondo che sin dall'antichità hanno solcato queste acque.

Un mare inconfondibile e temuto e che, insieme alle imprevedibili Bocche di Bonifacio, ha rappresentato una delle vie d'acqua più trafficate. Crocevia, dunque, di traffici e di scorribande, ma soprattutto punto d'incontro di grandi civiltà.